In memoria dei biscotti spezzati

In memoria dei biscotti spezzati

Qualche tempo fa ho scritto una cosa sui biscotti, una cosa che mi è nata spontanea sulla tastiera, un po’ come mi viene spontaneo recuperare per casa i biscotti spezzati per farne un ciotolone e annegarli nel latte.

Vuoi non chiamarlo comfort food?

Ecco, mentre leggete, io sono a Torino, al Salone del Gusto, dove avevo previsto di andare già da tempo, se non fosse che poi si è creata l’eccezionale occasione di andare per conoscere anche Jamie Oliver.

E così, mentre leggete dei miei biscotti spezzati, io magari sarò a parlare di comfort food con colui che della materia, presa ogni giorno in esame su questo blog, ne parla da tempo e ne ha scritto da poco.

Ne scrive in inglese, ovviamente.

E in inglese invece io ho scritto solo questa cosa sui biscotti: qui sotto la trovate in italiano, mentre se la voleste leggere in inglese la trovate su Medium: un sito/social che mi piace molto, che merita tempo e attenzione e che spero piaccia anche a voi.

Quindi questa è la mia ode ai biscotti spezzati.

La cosa migliore che è accaduta oggi mentre preparavo i biscotti è frutto di un errore.
Spesso si studia, si sperimenta, si fa ricerca, ma molto spesso basta un semplice errore di valutazione a rendere magico un cibo.
Come la tarte tatin. O i resti dei miei choc chip cookie.
Ho esagerato con l’impasto e quando ho infornato le mie palline, nate dalla magica unione di burro, zucchero e farina, quelle hanno cominciato a sciogliersi a dovere, squagliandosi e allargando il proprio diametro, colpevole il calore.

È come quando si versa la pastella dei pancake nel padellino: solo la giusta consistenza, gonfiata a dovere dal lievito; il giusto punto di calore della piastra; e la giusta dose di impasto, si trasformeranno nel pancake perfetto, quello nato per assorbire lo sciroppo d’acero e attutire come un soffice cuscino ogni vostro mostro. Animali da colazione che non siete altro.
Ed ecco che passati dieci minuti di cottura, giusto il tempo di cambiare un pannolino e accendere i cartoni, i miei cookie si erano uniti, innamorati, fondendosi l’uno con l’altro e formando una teglia biscottosa.
Ma i cookie devono essere tondi! 
Munita di coppapasta, ancora roventi e malleabili, li ho coppati e trasferito i cerchi perfetti sulla griglia, mentre in teglia giacevano pezzi sparsi, rimanenze della mia chirurgica operazione di camuffamento dell’errore.
Ma è proprio da quell’errata valutazione di quantità che ho tratto godimento e frantumato, anzi scricchiolato, tra le mani quei rimasugli di biscotto, frammenti perfetti per nuovi usi.
Li ho sistemati in una scatola tutta loro perché troppo spesso i biscotti spezzati giacciono in fondo ai barattoli, sommersi dagli altri ancora integri.
Ho voluto che i miei pezzi avessero un loro luogo dal quale recuperarli e renderli utili per nuovi piaceri: sbriciolati sul gelato, nello yogurt, sulla panna cotta o tuffati in fondo a una tazza di latte.
Quest’ultimo non è altro che il più noto e degno giaciglio dei biscotti spezzati, come sanno coloro che soffrono della piacevole “sindrome dell’ultimo spuntino serale”.
Perché chi ama godere di piacere notturni sa sempre approfittare degli errori e delle dimenticanze proprie o altrui: i pezzi di biscotto che solitamente si trovano alla fine di quel bel barattolo in vetro che avete preso all’ikea, perché fa tanto bistrot francese, sono lì apposta per essere tuffati in una ciotola di latte, caldo o freddo che sia, nella quale dopo pochi secondo affonderete un cucchiaio.
Mi raccomando, in fretta, prima che si sciolgano tutti per l’emozione.

 



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