Esorcismi di scrittura – Paura di volare

Esorcismi di scrittura – Paura di volare

Esercizi esorcismi di scrittura

Ore 11.16 spengo e decolliamo.
Ore 11.30 siamo quassù, dove il cielo non è mica poi così più blu. È solo molto cielo.
Questo post, che poi non so se lo pubblicherò sul blog e su qualunque altro social a cui sono legata, è un esercizio esorcismo di scrittura. Ho paura di volare. O almeno così credo. Me ne sono convinta intorno ai 21 anni.
Ad oggi, 2015, di anni ne ho 35 e sono circa sei anni che non prendo un aereo, in mezzo ci sono stati due figli e altre decisioni.
L’ultima volta era un volo per Londra.
Quando ero piccola volevo fare la hostess, ho preso tanti di quegli aerei con i miei che non ho mai perso tempo a contarli, ma ne ho solo bei ricordi: ricordo Camilla, la mia bambola con il passaporto, timbrato a ogni check in, gote rosa e capelli rossi; ricordo il modellino dell’aereo ricevuto sul volo per NewYork; i pianti di ritorno dalla Turchia perché avevo preso una cotta per un ragazzone di Wimbledon, io di anni ne avevo 13 anni e lui forse 18, non è mai accaduto nulla, io ero una bimba al Club Med con i genitori, ma lui era bello come il sole e non l’ho mai dimenticato; poi il volo per Palermo, da sola, per andare a trovare un’amica e quell’atterraggio a Punta Raisi che terrorizza chiunque, perché la montagna è decisamente troppo vicina alla pista, no?

Ricordo benissimo che la cosa che più amavo del volare era il vassoio del cibo: buono o cattivo che fosse, io adoravo tutte quelle piccole porzioni, le scatoline, il mini burro che – come mi faceva vedere mio padre – era perfetto se spalmato sul panino gommoso in dotazione e sporcato con il sale, quella dose mignon, giusto un pizzico per insaporire piatti piuttosto improbabili.

Mi piaceva mangiare in aereo, d’altronde il cibo, quello sì, mi piace ancora.

E oggi sono di nuovo su un aereo, direzione Bari, per andare a parlare di cibo, del mio libro sul FoodJar.
Ora che ci penso la precisione che si ritrova negli strati delle mie ricette in barattolo non è poi così lontana dai vassoi del cibo in volo.
Guardo fissa il telefono e ora sono più tranquilla.

L’aereo è stabile, quassù sopra i campi della Toscana e le spiagge del Tirreno.
Questo esorcismo di scrittura spero mi aiuti a superare l’ansia, quella che il Rescue Remedy (oh, una le prova tutte, pure i fiori) non sembra aver attutito.
Già perché durante il decollo, mentre il telefono doveva stare spento, io avevo il cuore in gola.
E pensare che volevo fare l’hostess.
Ma poi, a 21 anni, tornando dal Marocco, dopo un viaggio tanto bello quanto faticoso, il volo è stato un vero delirio: vuoti d’aria, turbolenze, gente che mugugnava e si angosciava, hostess che passeggiavano troppo o stavano improvvisamente troppo sedute con la cintura allacciata, e una sensazione terribile che di lì a poco sarebbe accaduto qualcosa, che non avrei più rivisto nessuno o che peggio avrei vissuto un impatto a terra rovinoso senza aver detto “ciao” a nessuno, solo al mio fidanzato del momento.

Da lì, da quel volo Marrakech-Roma, io ho deciso che avrei avuto paura di volare.
Poi mettici pure, poco dopo,  l’11 settembre e la serie TV Lost e l’effetto “E se la prossima volta su quell’aereo ci fossi io?” aumenta.

Dici: e allora perché non hai paura anche di stare in un grattacielo o di guidare in autostrada, dove gli incidenti sono all’ordine del giorno?
Tanto per cominciare, chi ti dice che non ce l’abbia?
Secondo, io ora sono in una cazzo di botte di ferro a millemila metri sopra Roma (perché a sto punto saremo pure sopra la Capitale e di cascarci sopra, con tutti i casini che già c’hanno, non è proprio la mia aspirazione massima) e non posso fare altro che leggere, dormire, ascoltare la musica o scrivere. Ho optato per una combo delle due ultime cose. Adele a palla nelle orecchie e un iPhone come taccuino.
Che poi l’areo, da quel 2001, l’ho ripreso anche. Credo fosse il 2007, quando con Luca Sofri andammo per Condor a New York una settimana. E che fai, non ci vai a New York?
Al mio fianco c’era Gianluca, lui sì che non c’era mai stato fino a lì in volo, eppure mostrava la tranquillità di chi lo fa ogni giorno, e io – che quelle otto ore di volo le avevo già percorse altre due volte nella mia vita – avevo parecchia fifa. Non ho chiuso occhio, lui ha dormito tutto il tempo, e non ricordo né il cibo né che film proiettassero.

Un volo sereno, mi pare. Un bellissimo viaggio.

E ora che sono le 12.05 e che l’aereo se ne va tranquillo appeso in mezzo al nulla, io mi sento in pace e mi chiedo di cosa abbia paura davvero e del perché abbia sentito il bisogno di scrivere della mia paura se tanto non sta accadendo nulla di male.
Ora. In questo istante è tutto ok.

Ma se fosse brutto tempo? Se ci fossero dei vuoti d’aria? A chi lo dico?

Sono sul sedile centrale di una fila da tre posti e al mio fianco non c’è nessuno.
Ma io sono serena oggi, ho salutato tutti.
Tommaso l’ho portato a scuola presto per la gita, Francesco è dalla nonna e l’ho abbracciato prima di andare via, con la scusa dei cornetti caldi ho fatto pure un salto dai miei e ho dato un bacio a Gianluca prima di uscire. Sono a posto. Se cadessi ora ho salutato tutti quelli che contano.
Ma non è che proprio vorrei salutarli, adesso.

Forse dovrei imparare a guidare l’aereo.
Io non ho paura delle cose che so controllare.

Ho pura di trovarmi nelle mani di qualcuno che non sono io. Voglio la responsabilità.
La macchina la guido sempre io.
Cucino io. E so cosa voglia dire cucinare, per cui mi fido degli chef.
Ma ora l’aereo traballa, fuori dal finestrino è tutto fottutamente bianco e il segnale di riallacciare le cinture si è acceso.
Nella mia testa so bene che siamo sopra la Puglia, la geografia la so, e che stiamo “solo” cominciando le operazioni di atterraggio, ma io vorrei vedere che tasti schiaccia il comandante, che leve preme, come gestisce una nuvola, come fa a beccare l’inizio della pista.
Che poi il mio sogno più grande è quello di viaggiare con i bimbi, il più possibile, come hanno fatto i miei insieme a me. Vorrei che non avessero paura, che scoprissero il mondo, voglio vedere i loro occhi spalancarsi davanti all’oblò dell’aereo perché ci sono le nuvole, le montagne, il mare e le case piccole, piccole.
L’hostess, mestiere che alla fine non avrei mai fatto – solo l’idea di dovermi vestire ogni giorno allo stesso modo mi innervosisce – ha appena annunciato che a Bari è nuvoloso e ci sono 17 gradi.
Alle 17.00 all’Ikea di Bari presenterò le mie ricette in barattolo, sperando che i pugliesi accolgano piacevolmente l’idea di infilare le orecchiette nel barattolo dove la nonna ha sempre messo solo la marmellata.

Ora spengo.
12.33 ma quanti olivi ci sono intorno a Bari?
Sono atterrata. È andata.
Grazie a tutti
Non dimenticate i vostri affetti effetti personali a bordo.



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