Esorcismi di scrittura – l’importanza delle relazioni

Esorcismi di scrittura – l’importanza delle relazioni

Si ritorna a casa, di nuovo in aereo, questa volta ho due persone di fianco e ho deciso che non guarderò dal finestrino perché è notte e io sono vicino all’ala che si illumina ad intermittenza e mi innervosisce.

Mi sembra come quando si fa quello scherzo scemo di accendersi una torcia sotto al mento quando si è in una stanza buia e lo si fa più volte, cambiando espressione ogni volta. Non mi piace.

E poi ora traballiamo un po’. Il decollo è andato meglio a questo giro, ma ora sembra di stare sui sanpietrini in auto e non sono a Roma e, soprattutto, non ho alcun pavimento sotto di me.

Per cui, io di questo volo meno ne parlo meglio è, ok? Non mi piace. No.

Volevo parlarvi delle relazioni.

Mi sono staccata la musica dalle orecchie e non sono serena.

Dicevo, le relazioni nei luoghi di lavoro o anche solo con le persone con le quali si mettono in piedi dei rapporti di collaborazione, brevi o lunghi che siano.

Io ho bisogno di sapere, conoscere e farmi un po’ conoscere.

Oggi ero all’Ikea di Bari e la sensazione di essere riuscita a creare un breve legame con le persone che ho avuto davanti per alcune ore è stata chiara.  Rocco, Terry e Dario sono stati cortesi, attenti e mi hanno fatto sentire a mio agio dall’inizio alla fine. Mi hanno coccolata e mi hanno fatto percepire il piacere di avermi lì con loro, e io spero davvero di averli ripagati per il loro lavoro.

Poi c’è Rita, napoletana, sincera, occhi innamorati e una vita in giro per lavoro e curiosità, ma l’amore le ha dato un posto in cui decidere di fermarsi. Sesta di sette sorelle e due fratelli, un padre morto troppo presto e una mamma d’acciaio. Mi ha aperto la cucina come fossimo a casa sua e io nelle cucine mi ci sento con un fagiolo nel suo baccello. Mi sa che si capisce perché oggi mi è stata detta in faccia una frase bellissima: “Sei qui da un’ora e sembra che lavori con noi da sempre”.

Non mi piace fare l’ospite, neanche se in realtà lo sono (nella cucina del ristorante Ikea mi ci trovavo solo per scegliere cosa mettere nei barattoli della mia presentazione di FoodJar), voglio sentirmi parte della famiglia che mi ospita. Ed è lo stesso che è accaduto pochi mesi fa in Buitoni, quando mi sono ritrovata a scegliere se farne parte davvero o meno: il fagiolo e il suo baccello, di nuovo.

E poi la cosa migliore di oggi sono stati i ragazzi dell’istituto alberghiero che erano stati invitati a partecipare alla presentazione con il loro fare scanzonato da ragazzi in gita.

Sicuramente molto più scanzonati di me su questo cazzo di traballante aereo, per dire.

Tutti hanno Facebbok, pochi Twitter, nessuno Pinterest (non sanno cosa sia) e così mi sono ritrovata a parlare di Social, di come comunicare il cibo e una passione, preparando barattoli di tutti i tipi. Perché comunicare “intorno al cibo” è quello che mi viene meglio, soprattutto se mi trovi davanti a un pubblico.

Punto la signora che annuisce, ci scherzo; poi prendo di mira lo studente che fa battute in fondo alla sala; mi confronto con qualche professore; e poi il microfono arriva a lui, candido, timido e impacciato, lo studente perfetto: amato da insegnanti e amici, perché lui quella scuola – come gran parte dei suoi amici, anche di quello che fa il simpatico in fondo alla sala e che ci ha tenuto a dirmelo a fine presentazione, lontano dalle battute dei colleghi – la fa perché gli piace tantissimo cucinare e creare piatti. Ma per lui è diverso, perché suo papà non è mica così contento sai, lui lo vuole dietro a sè, a curare gli interessi di famiglia, che però a lui non interessano quanto cucinare.

Io, due occhi così seri e sinceri a 18 anni non avevo mai avuto modo di vederli da vicino. E ci siamo tutti, il pubblico e io, come congelati nel sentirlo parlare, nel raccontarci candidamente che una pasta al salmone flambé, preparata da un barista con l’estro da chef lo aveva segnato e aveva scatenato in lui quella voglia di cucina.

Non un piatto da chef; non una preparazione complessa; una pasta spadellata, magari con un goccio di vodka e panna, che oggi definiremmo anni ’80, è il punto di svolta di un ragazzo che in quegli anni nemmeno era nato.

Il mio punto di svolta in cucina credo sia il pollo a pezzettini di mia madre.

Quando un piatto ti entra dentro e te lo ricordi davvero, sai che è quello, per quanto facile sia, che vorrai ripetere fino alla perfezione.

Atterrata. 

Non è stato poi così terribile. Tanto che mi viene voglia di volare di nuovo, solo per esorcizzare tutto. Scrivendo. 



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