E se non camminasse più?

E se non camminasse più?

È sabato, i bimbi hanno mangiato, Gianluca va in radio e io faccio un salto dai miei che abitano a pochi passi da casa.

Per arrivare da loro c’è un muretto lungo, costeggiato da una cancellata e interrotto a metà da un portone, che è la gioia di qualunque bambino. Il classico muretto largo abbastanza da poterci camminare; sollevato a trenta centimetri da terra; abbastanza alto da farti credere che stai facendo una cosa pericolosa, visto che chi ti accompagna non fa altro che ripetere: “Stai attento. Guarda dove metti i piedi”.

Io di bimbi a cui stare attenta ne ho due, tutti e due camminano, tutti e due salgano sul muretto. Francesco, 16 mesi, lo tengo per bene, sotto le ascelle, mentre a Tommaso dico di attaccarsi al mio braccio e ci segue prudente. Sono dei bambini prudenti, geneticamente. Non sono di quelli che si arrampicano a caso.

Quando il muretto finisce facciamo il super salto, o meglio: io alzo uno dei due e lo porto volando all’inizio dell’altro muretto. Oggi tocca a Francesco.

Vola, vola, ben saldo tra le mie braccia; faccio per appoggiarlo al muretto e lui allarga un po’ la gamba, colpendo con la pianta del piede – non forte, un colpetto – la cancellata: piagnucola, lo prendo subito in braccio, proseguo la passeggiata con Tommaso sul muretto e lui tra le braccia, e arrivo dai miei.

Come porto Francesco a terra per levargli giacca e sciarpa, lui si accascia. È stanco, penso. E lo ritiro su.

Si riaccascia, e ride. Ride, già: nessun dolore, nessun pianto. Lui, ride. E siccome pur essendo prudente è il tipo che si diverte a buttarsi per terra, credo mi stia prendendo un po’ in giro.

Gli levo la giacca e lo lascio andare. Due passi e PUM!. Di nuovo a terra. La gamba fa cilecca e non tiene i suoi nove chili. Penso ancora sia stanco; gli cambio il pannolino e muovo le gambe per verificare: nulla, nessun dolore, nessuna smorfia. Sano come un pesce.

Lo rimetto giù: un passo, due, tre e PUM!

Mio padre ha già le chiavi dell’auto in mano, a me parte l’ansia. Sono stanca, è sabato, voglio rilassarmi, ho appena iniziato l’inserimento, ho un nuovo lavoro che sta per tenermi molto impegnata e l’unica cosa a cui penso è: “E se non cammina più?”.

Si parte, direzione Buzzi  e nel frattempo Francesco, che era stanco, si addormenta.

Durante il tragitto, chatto con le amiche mamme – dopo il pediatra, sono le prime che consulto – e scopro che a due bimbe è successa una cosa simile: caduta, un po’ di dolore, poi assenza di dolore, difficoltà a camminare per almeno mezza giornata. Roba da PUM!. Roba da non stare in piedi. Ma poi tutto torna nella norma.

E così un po’ mi rassereno, ma penso sempre che quello è mio figlio. E se non camminasse più che cazzo faccio?

Ripenso alla vicenda di Linus e che solo qualche settimana prima commentavo con il mio compagno: non si può mai dire di esserne fuori, non è che quando son più grandi non gli accadrà più nulla.

Essere genitore ed essere in pensiero sono sinonimi che vanno di pari passo con il concepimento di un figlio. Poi ci sono momenti in cui sei meno in pensiero, anche se difficilmente sarai, per il resto dei tuoi giorni, meno genitore.

Al Buzzi mi dicono di non avere l’ortopedico e visto che lui dorme sereno preferisco andare direttamente in un pronto soccorso ortopedico: direzione Galeazzi.

Nell’atrio c’è un casino di gente, Francesco resta in auto con mio padre, di fare l’accettazione non c’è verso: una donna in barella; un ragazzo che studia tenendo fermo il braccio; madre e figlia fumano agitate e attendono il turno. E io aspetto, ma poi vado via. Direzione Niguarda, pronto soccorso pediatrico.

Il rischio in questi casi è pure quello di beccarsi un bel virus di passaggio in sala d’attesa, ma il “e se non camminasse più?” ha la priorità.

Attendiamo, Francesco ormai è sveglio, felice come sempre, e noi proviamo a farlo camminare. Lo teniamo. Io lo tengo e papà verifica come cammina. Poi ci scambiamo i ruoli. All’inizio sembra abbia voglia di svegliare il torpore della gamba e scalcia come un puledro. Nessun dolore, nessuna smorfia. Dopo un’ora e passa è il nostro turno.

Entriamo, Francesco in braccio a me, e spiego l’accaduto al medico che mi ferma subito e ordina: “Si allontani, lo lasci e lo faccia venire verso di lei”.

Francesco mi CORRE incontro sorridendo.

Non ha nulla; tutto è passato. Mezza giornata, come dicevano le mamme in chat.

Cammina ancora. E a me scoppia la testa.



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