Dal piatto digitale al supermercato ideale: una discussione aperta

Ieri ho partecipato per la prima volta a un evento della Social Media Week milanese, ovviamente era un panel dedicato al cibo #chevelodicoafare.

A organizzarlo è stata la mia amica Paola Sucato, con la quale abbiamo già organizzato il FoodCamp di Milano e con cui sto preparando il programma della nuova Blogfest di Rimini.

Piccola anticipazione Blogfest: mi occupo della creazione dei contenuti delle aree Kids e Food e vi assicuro che ques’anno il programma è davvero interessante (non perché lo preparo io, ma per gli argomenti che esulano un po’ dalle solite tematiche internettare e basta) per cui tenetevi liberi dal 12 al 14 settembre e fate un salto a Rimini.

Detto ciò, il panel di ieri si intitolava: “Il piatto digitale: esiste ancora un confine tra media tradizionali, TV e social media in ambito food&wine?” e sul palco erano presenti Alessia Munzone (Responsabile marketing Unilever), Enrico Poretti (Digital e Social Media Director di Discovery), Paola Sucato (food blogger), Francesco Zonin (Vice Presidente della Casa Vinicola Zonin), Francesca D’Agnano (foodie & blogger), Anna Maria Simonini (Social Media Manager), Sonia Peronaci (Founder di GialloZafferano.it) e Mariachiara Montera (Food Strategist e Food Writer Freelance).

La risposta alla domanda posta è ovviamente “No”. Ma questo spero fosse ormai noto.

Quel “No” però è stato argomentato sul palco dai relatori ospiti ed è emerso chiaramente, ad esempio, che per il mondo del food la fluidità ormai è una caratteristica ben delineata: prendete ad esempio programmi come Masterchef o Bake Off Italia ai quali non è più legata solo la messa in onda, bensì anche app che raccontano le ricette e i personaggi, hashtag per puntata (anche se su quelli si potrebbe lavorare di più e personalizzarli davvero ad ogni puntata, tipo la volta che prese piede su Twitter in maniera spontanea l’hashtag #oilgate proprio legato a una puntata di Masterchef) e pagine Facebook che vivono anche dopo il programma.

Mentre per il wine la strada è un po’ più complicata, sottolineava lo stesso Zonin che da anni sta cercando di comunicare al meglio il suo vino in rete. Il mondo del vino, però, è complicato, e lo dice una che non ci capisce un gran che, odia il termine “bollicine” e preferisce prendere un calice piuttosto che una bottiglia intera quando è al ristorante.

Il vino, non è come il cibo.

Per capirci: la pasta, per un foodie o un appassionato, è un terreno altrettanto complesso, con le sue mille lavorazioni, trafile, qualità, ma se cerco su internet “pasta” (a parte che al secondo posto su Google trovo Giallozafferano, geni!) è perché generalmente sto cercando una ricetta a base di pasta, mentre credo che difficilmente si riesca a trovare in rete quello che si vuole quando si digita la parola “vino”. Cosa vorresti sapere: abbinamenti giusti? quali sono i vini biodinamici? un rosso o un bianco?

Questa la mia sensazione.

E poi c’è una seconda questione, ma questa riguarda sia food che wine: possiamo raccontarcela come ci pare, ma il pubblico che parla di cibo su Twitter non è certo lo stesso che sta su Facebook e non è che una minimissima parte di quello che poi fa la spesa tutti i giorni.

Non è che chi twitta non fa la spesa, ma chi fa la spesa non è detto che twitti.

È per questo che mentre sentivo parlare i relatori sul palco ho pensato che il posto da cui forse si deve ripartire per comunicare in modo nuovo il cibo e sopratutto il vino sia il supermercato. Non con le signorine che cercano di rifilarti l’ultima promozione, ma ripensando il supermercato come chi lo usa per comprare prodotti che poi cucinerà.

Ovvero: fai la spesa come mangi.

Io non mangio prima la frutta e la verdura, mentre al supermercato sono i primi prodotti in mostra. Io non ho idea di come districarmi in una parete di vini: trovare il vino giusto (al supermercato, non nell’enoteca consigliata dal venditore) nel corridoio dei vini per me è come vincere un terno al lotto. Perché non abbinare i vini ai cibi? Perché non mettere alcune bottiglie vicino alla carne, altre vicino al pesce e altre ancora con i dolci?

Le bibite generiche sono una scelta personale: c’è a chi piace il tè freddo e a chi la Coca Cola, e sopratutto uno le abbina come vuole. Il vino ha un valore, una storia e un percorso che se non me lo presenti in qualche modo, io non lo so. E finisce che me ne frego, non lo metto più in tavola, tranne se sono al ristorante, e mi perdo un piacere, sempre se bevuto con moderazione, che spesso favorisce la degna chiusura di una lunga giornata.

Ecco, mi piacerebbe un supermercato a misura di chi ama mangiare e cucinare. Ci guadagnerebbero il mondo del food, del wine e anche i consumatori.

Che ne pensate?

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