Buona giornata

Prima noti una persona che al di là dei binari sorride dolcemente; poi ti accorgi di avere al tuo fianco il destinatario di quei sorrisi che risponde silenziosamente finché non si sente il rumore del treno in arrivo e allora i due si scambiano un “buona giornata“, solo sussurrato, ma che si legge bene sulle labbra.
Mi capita spesso in stazione di notare questi scambi mattutini tra amanti quotidiani che vivranno la giornata in direzioni opposte. È chiaro che hanno quella confidenza di chi si frequenta da un po’ e ha stabilito i propri codici.

Buona giornata è un augurio speciale, un saluto che sa di speranza, dì tranquillità e di futuro.

È lo stesso augurio che ci facciamo sulla porta ogni mattina io e Gianluca, da dieci anni.
È il saluto di chi ricomincia da capo ogni giorno, di chi sa che la sera si ritroverà, che la giornata sia stata buona o meno.
Negli anni ho capito che quello che conta davvero per me è il senso di quotidianità: quei riti sempre uguali che danno sicurezza, quei tempi scanditi che la presenza di due bambini ti costringe a ribadire con forza, anche quando non ne avresti proprio voglia.

Sono una pigrona, o meglio: non amo la pratica dell’alzarsi dal letto. Quando parto poi sono un treno a bomba tutta la giornata, ma il suono della sveglia è un trauma, da sempre.
Ecco, Tom, il mio grande, ha il mio stesso vizio.
Ma come puoi dare torto a chi vorrebbe crogiolarsi nel caldo del piumone in quello stato di torpore classico del mattino? 
Dopo che passo mezz’ora a crogiolarmi, mi tocca spiegare a un seienne che “No, devi alzarti!”; “Dai, forza che è tardi”; “La colazione è pronta”; “Guarda il prossimo anno alle 8.30 sarai già in classe”; eccetera.
Questa cosa capita ogni mattina, fa parte di quei riti che so già si protrarranno per i prossimi 13 anni (come minimo), ma l’altra mattina mi sono dovuta proprio arrabbiare perché non c’era verso di alzarsi e ho dovuto fare la mamma antipatica, quella che impartisce ordini, nessun sorriso e un bacio finale poco sentito all’ingresso dell’asilo.

Il problema è che tutta la giornata prende una piega più cupa, perché non è mai bello litigare, figuriamoci con uno di sei anni! Così il mio “buona giornata” è finito nel dimenticatoio, ricoperto di nervosismo, senso di colpa e dispiacere.
La sera abbiamo fatto pace, gli ho spiegato perché la mamma si era arrabbiata tanto e quanto capissi il suo bisogno di crogiolarsi nel letto caldo. Ma non per mezz’ora.
Passa la notte, suona la sveglia con il suo ricorrente “Buongiorno campeggiatori, camperesti e campanari”, tento inutilmente di metterla a tacere, mi alzo, bacio Tommaso e mi dice: “No, non subito!”.

Ci accordiamo per qualche minuto, con grandi baci, e tutto poi fila liscio.

Una buona giornata. Sussurrato all’ingresso dell’asilo.

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