Intorno al cibo: di corsi (e ricorsi)

Intorno al cibo: di corsi (e ricorsi)

Non so davvero se riuscirò a farmi leggere qui, nei prossimi dieci giorni. È un 2015 che comincia a centrifugarmi, anzi credo sia meglio dire che è come se stessi passando attraverso un estrattore di succhi, elettrodomestico che per altro non ho ma si cui mi dicono un gran bene.

Ecco, sto cominciando, già all’8 di gennaio a infilare un piede in questo estrattore che credo riuscirà a tirare fuori il meglio di me e poi con le scorie, anzi con quel che resta, ne faremo di certo qualcosa di nuovo. Un anno all’insegna del bello, del buono, del fresco, del nuovo, del rapido, del lento, del riciclo, del rinnovo. Un anno, questo 2015, che mi auguro sia come mangio, quindi benissimo.

Sto mettendo a punto il mio primo corso di scrittura sul cibo, anche se dire “foodwriting” suona più bello, per la Scuola Holden.

Prima devo raccontarvi un particolare che vi permetterà di capire perché io sia emotivamente molto carica per questo corso.

Otto anni fa, se non nove, finivo l’università: dicembre 2006, Scienza della Comunicazione alla Sapienza di Roma, una tesi su Radio Deejay.

Arriva quel momento in cui devi decidere cosa fare e io avevo più strade: la prima erano le scuole di giornalismo (Perugia, Urbino, Milano…) la scelta sarebbe ricaduta in quella che mi prendeva, nel senso che mi ero segnata per fare il test di ammissione in tutte, anche se speravo tanto di farcela a Urbino; la seconda era quella di cercare altri lavori, intanto mi stavo già facendo il mio bello stage nella redazione di Metro freepress, un’esperienza bellissima; la terza era la Scuola Holden di Baricco, perché alla fine e ancora oggi è cosi, io volevo scrivere.

Al tempo alla Holden, per l’ammissione, ti facevano un colloquio e nella mail di invito ti chiedevano di portare qualcosa da mangiare, un piatto che ti rappresentasse, per poter poi fare merenda tutti insieme. Questa cosa qui a me riempì di gioia, sapevo che era un segno e che quella scuola era il posto giusto per me.

Poi accadde che, mentre aspettavo i risultati dalle scuole di giornalismo e la mail per concordare il giorno di colloquio alla Holden, mi arrivò un sms: “Sono Renzo Ceresa (curatore delle trasmissioni Radio2 Rai a Milano), posso chiamarti?”

Gli dissi di sì, la telefonata che ne seguì ha cambiato per sempre il corso della mia vita: “Luca Sofri ha bisogno di una nuova redazione per Condor e abbiamo pensato entrambi a te, ti andrebbe?”

Dissi sì, senza pensarci nemmeno 24 ore.

Sarei partita per Milano dopo 10 giorni e non sarei più tornata indietro.

Mi chiamarono dalla Holden, ma dissi che avevo fatto altre scelte. Anche se avrei portato volentieri il castagnaccio della mia mamma o la torta ricotta e cioccolato del ghetto di Roma, fossi mai andata al colloquio.

Come sempre il cibo l’avevo scelto, ma la vita ha scelto per me.

Poi dopo qualche mese, in radio, venne Lea Iandiorio, oggi direttore operativo della Scuola Holden, per realizzare con Condor un progetto sulle biografie in sei righe, se non ricordo male. Insomma, la Holden era tornata intorno a me.

Con Lea ci siamo sentite spesso per altri progetti, magari per la radio o per la Blogfest.

Poi un giorno lei chiede a me di andarla a trovare alla Holden, quella nuova, quella in Borgo Dora (bellissima!) e mi fa parlare con Ferdinando Morgana, responsabile della didattica, per conoscerci. È tipo giugno 2014.

Poche settimane dopo arriva la richiesta di preparare un cestello, così si chiamano alcuni dei corsi trasversali che devono seguire durante il biennio gli studenti.

I cestelli prendono il nome dai cestelli della lavatrice, “centrifugano” i ragazzi tra suggestioni e spunti molto diversi tra loro. Un modo per dare agli studenti la possibilità di aprire per una giornata una porta su alcuni territori diversi della narrazione, per incuriosirli e mostrare applicazioni diverse dello storytelling. 

Ed eccomi qui, a scrivere un post su di me che vado a insegnare alla Holden. Un post che parla di me, in un anno fatto a forma di centrifuga, che insegno due giorni quello che faccio “intorno al cibo” (questo il nome che ho dato al corso) alla Holden, proprio in un corso che punta a centrifugare le idee dei ragazzi.

Se non è un cerchio che si chiude questo, quale?

Ed eccola qui, la ricetta del castagnaccio, quello che avrei volentieri portato otto anni fa a Torino per presentarmi. Oggi non sceglierei questo dolce, legatissimo alla mia infanzia, ma forse troverei qualcosa che mi rappresenti di più, magari i biscotti choc chip o quelli alla zucca. Chissà.

Questa ricetta è una tradizione di famiglia e viene tramandata di madre in figlia da generazioni.

L’ingrediente fondamentale è la farina di castagne (“noi avevamo quella fatta con le nostra castagne” mi ribadisce ogni volta mia madre). Ormai la farina la trovate in qualsiasi supermercato, ma mi raccomando: spendete qualche euro in più pur di trovarla di ottima qualità.

IL CASTAGNACCIO

  • 500g di farina di castagne
  • 100 g di uvetta
  • 50 g di pinoli sgusciati
  • 10 gherigli di noce
  • 2 cucchiai di zucchero
  • un rametto di rosmarino
  • sale
  • olio d’oliva

In una ciotola capiente setacciate bene la farina, aggiungete  lo zucchero, un pizzico di sale e circa mezzo litro di acqua fredda (versatela poco a poco per non rischiare di ottenere una miscela troppo liquida). Versate in una teglia da forno l’olio fino a ricoprirla completamente; versate la pastella (sembrerà galleggiare nell’olio, è così che deve essere). Cospargete la superficie con le uvette, i pinoli, le noci  e il rosmarino. Infornate e cuocete a 180 gradi per circa 30 minuti.



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